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Psicomotricità e Immagine del Corpo

Psicomotricità e Immagine del Corpo

PSICOMOTRICITA’ E IMMAGINE DEL CORPO

“Sii il meglio di qualsiasi cosa tu sia”

Se non puoi esser pino in cima alla collina,

sii pruno nella valle, ma sii sempre il più

bel cespuglietto accanto al ruscello;

se non puoi esser albero sii cespuglio.

Se non puoi esser cespuglio, sii dell’erba

e abbellisci come puoi la strada maestra;

se non puoi esser muschio, sii alga,

ma l’alga più graziosa del laghetto,

se non puoi essere un luccio,

allora sii solo un pesce persico:

ma il persico più vivace del lago!

Non possiamo far tutti il comandante,

altrimenti la ciurma chi la fa?  C’è qualcosa da fare per tutti.

Ci sono lavori grossi e altri meno

e ciascuno deve scegliersi il più adatto.

Se non puoi esser strada, sii sentiero,

se non puoi esser sole, sii una stella;

vincere o perdere

non ha a che vedere con la grandezza

ma bisogna essere al meglio quello che si è

*Douglas Malloch *1877-1938

 

Leggere questa poesia mi ha fatto venire in mente i colloqui con i genitori alla fine del percorso di psicomotricità, durante i quali capita che qualche genitore, parlando del proprio figlio, usi frasi e parole come “non è capace”, “è imbranato”, “non sa fare le cose che fanno gli altri bambini” ecc…

E allora mi sorgono queste domande: quanto è importante per lo sviluppo del bambino l’immagine che il genitore ha del proprio figlio? E ancora: quanto le aspettative genitoriali possono influire, sia a livello motorio che a livello emozionale, nella crescita del bambino e nella strutturazione della propria immagine del corpo? Perché l’immagine del corpo riveste un ruolo così rilevante nella strutturazione della personalità e dell’identità di un bambino?

Senza volermi addentrare nei tecnicismi, spesso di difficile comprensione, soprattutto per i genitori, riporto di seguito una semplice ed esauriente definizione di Immagine del Corpo.

La Dolto nel suo libro “L’immagine inconscia del corpo” (1984) definisce L’immagine del corpo come un immagine “pensata” legata alla storia personale e alle relazioni, fondamentalmente alle relazioni con i genitori nei primi tempi di vita. E’ quindi l’elaborazione degli scambi affettivi avuti con i genitori o le prime figure di cura e si struttura con l’esperienza. E’ perciò la sintesi vivente delle nostre esperienze emozionali e rappresenta in ogni momento la memoria inconscia di tutto il vissuto relazionale.

Questi scambi e condivisioni emotive, tipici della relazione corporea madre-bambino, sono definiti da Ajuriaguerra dialogo tonico (a cui Wallon ha poi aggiunto il termine emozionale); se quindi un bambino non ha la possibilità di vivere con piacere la comunicazione sul piano corporeo o per disordini o carenze da parte della madre, potrebbe avere difficoltà nell’interazione, nell’investimento sull’ambiente e nella definizione della propria identità psico-corporea.

La costruzione dell’immagine corporea, dunque, è un processo graduale che inizia fin dalla vita intrauterina e continua per tutto l’arco della nostra vita e, proprio perché basata su esperienze e vissuti personali, può discostarsi dalla nostra reale apparenza fisica ed essere condizionata tanto dalla percezione soggettiva della persona, quanto dalla percezione che gli altri hanno di noi.

Il concetto di immagine del corpo è strettamente collegata all’immagine di sé ed implica come e in che modo percepiamo il nostro corpo e gli altri ci percepiscono, ed è quindi comprensibile quanta importanza abbiano i fattori psicologici e sociali.

Per un bambino è di fondamentale importanza l’immagine che il proprio genitore ha di lui, soprattutto nei primi mesi di vita in cui il rapporto è di totale dipendenza. E anche quando conquista le prime forme di autonomia, il giudizio che la propria madre o il proprio padre hanno di lui, rivestirà un ruolo cardine nella strutturazione della propria immagine del corpo, nella fiducia, nell’autostima, e nella possibilità di sentirsi capace e competente.

Un’immagine di sé fragile può portare a delle difficoltà nello sviluppo del bambino e può sfociare in un disturbo psicomotorio che non è altro che l’espressione corporea di una sofferenza emotiva, di una difficoltà nel rapporto con sé stesso e gli altri, sul piano dell’essere, del fare, del poter fare, del saper fare e del voler fare (Ajuriaguerra, Soubiran, Berges, Boscaini).

Il bambino può sembrarci quindi “imbranato” o “incapace”, ma in realtà si tratta solo di una manifestazione dell’immagine che lui ha del suo corpo e di sé stesso e di una identità non del tutto strutturata che si manifesta proprio nella sua incapacità, o impossibilità, di eseguire un adeguato atto motorio in linea con la dimensione emotiva. Al contrario, un bambino con una immagine del corpo ben strutturata si sentirà sicuro di sé, capace e motivato e di conseguenza sarà più semplice per lui sperimentare il proprio corpo, imparare nuove competenze e muoversi armonicamente nello spazio; tutto ciò accrescerà ancora di più la sua sicurezza, la sua autostima e il suo desiderio di crescita.

Questo è proprio uno dei principali obiettivi della psicomotricità: accompagnare il bambino a vivere le esperienze piacevoli del movimento e a condividerle con gli altri e rassicurarlo ed aiutarlo a prendere fiducia nelle proprie personali capacità d’azione e affermazione; in questo modo il bambino potrà porre le basi per la strutturazione di un’immagine di sé forte e positiva, che lo aiuterà e lo supporterà per tutta la sua vita.

Dalla mia esperienza con i bambini mi sento perciò di consigliare ai genitori di iniziare fin da subito a supportare la strutturazione di una buona immagine del corpo del proprio figlio, considerandolo come soggetto unico e speciale, insegnandogli che la sua unicità è il dono più prezioso che ha e la missione che deve cercare di compiere è realizzare il proprio essere. La meta a cui deve tendere è quella più coerente con i suoi valori ed il suo carattere.  Questo è il vero successo nella vita. Non possiamo perciò riversare le nostre aspettative di realizzazione nel farne un doppione uguale o migliore di noi stessi, ma abbiamo l’obbligo di aiutarlo a sentirsi sicuro, capace, competente e perciò sereno.

Edy Toppan  – Psicomotricista